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Francesco d'Assisi

un uomo 

antico e moderno

monaco mercante

futuro passato

...

"Una persona mi ha chiesto quale messaggio voglio trasmettere con questo libro, non le era affatto chiaro, ed io ho risposto non voglio infatti lanciare un messaggio, dare un’idea,perché Francesco è una persona, non un concetto... ed è questo che vuole essere questo libro: un taccuino per avere familiarità con lui. Io te lo presento e ti mostro chi è lui".

Ho accettato di scrivere “Vestirò la Croce” per obbedienza. Ho pubblicato per obbedienza. Ero scettico, ho lasciato il libro su san Francesco come la cesta di Mosè sulle acque per vedere dove sarebbe arrivato e sono ancora convinto che lo Spirito santo soffia come e dove vuole, spingerà il libro fin dove vorrà. Confido che il libro sia arrivato semplicemente là dove doveva arrivare e ora sia su quella scrivania che il Signore sa, perché serva a chi deve servire.
Questo libro è un telaio.
Nel corso di quindici anni abbiamo con pazienza raccolto i fili di alcune chiacchierate interessanti. Per me personalmente è significato l’inizio della vita di fede, chiacchierata con p. Massimiliano Marsico, p. Antonio Alemanno, p. Vincenzo Giannelli ofm conv., Luisa de Padova, con cui ho cominciato a seguire Francesco, sono stati i primi ad avere per me aperto un mondo. Sono cresciuto con Francesco, confrontandomi con mons. Francesco Zerrillo, mio vescovo, don Romano de Angelis, don Giuseppe Calò, don Luigi M. Epicoco, don Stefano De Paolis, Eugenio Susi, Claudio, Simone, Diego e i ragazzi con cui abbiamo condiviso esperienze di fede. Ho scritto e scrivo perché credo sia giusto per un padre fare sintesi, ad un certo punto della sua vita, per amore dei suoi figli. A un certo punto credo che si debba smettere di fare le cose per se stessi, prima che sia troppo tardi. Possibilmente, lo si faccia per amore.
Credo che per un padre sia opportuno raccontarsi, non tanto per parlare delle cose che ha fatto (non solo), ma del profumo della vita che ha trovato. 

 

C’è un Amore non detto, conservato in un uomo crocifisso, che ci dice che l’uomo che diventerai non sarà più grande dell’offerta che farai di te stesso ed è bene che un padre indichi questo amore a suo figlio, che ha la sua vita davanti, perché sappia cosa farne di sé e nelle mani di chi deve consegnare il suo spirito (Lc 23,46).
Il primo libro è un’obbedienza. Dio ha la sua ironia, mi piace che così avvenne per un libro scritto, appunto, sull’obbedienza. Come cominciò, così arrivi a destinazione. Non poteva forse essere diversamente. Le cose bisogna lasciarle alle mani di Dio.

taccuino per la fede

In quest’anno la prima edizione è cresciuta.
La prima edizione mi sembra una stampa di prova.
Questo libro è un taccuino di viaggio e mi fa piacere che sia rimasto tale. Mi ha sorpreso e mi ha fatto molto piacere essere contattato da un bel numero di lettori che lo hanno preso con sé come il proprio appunto di viaggio, da tenere, da leggere e rileggere. Ne hanno compreso lo spirito. Si tratta di una meditazione continua, in cui si può scavare ancora. Amo infatti i libri che non finiscono mai, quelli che non puoi dimenticarli sulla mensola solo per gli ospiti che entreranno in casa e li vedranno.
Per questo scrivo questa introduzione come un piccolo tesoretto, una bussola per la vita spirituale, ed il libro come una enciclopedia di vita spirituale essenziale, una sintesi, vasta e profonda, proprio perché stia lì alla bisogna, nelle tue mani. 

 

Con un bel numero di lettori abbiamo parlato del libro, delle impressioni che ha suscitato, degli errori che abbiamo corretto, ma anche di ciò che hanno pensato a partire da queste meditazioni e la cosa mi ha sorpreso per la seconda volta.
Bello il dialogo con Valerio Pagni, Michele Zullo, Giovanna Cericola, Miguel Gomez, Cinzia Del Corral e gli altri lettori. Mi ha aperto prospettive, ha nutrito queste pagine. Ha reso un po’ questa edizione un taccuino di vita, un libro che cresce con il lettore che cresce. Di per sé è meglio leggere la vita di un santo come uno specchio, nel quale sia possibile affacciarti e vedere riflesso il tuo volto, piuttosto che cimentarti con info infinite delle cronache. Bene, una vita piena di vita.
Per questo ho trovato lo stimolo a ritornarci su.

La vita di un santo, fatta così, mi han detto alcuni, è forte. A volte troppo, perché è esigente. Io direi interessante. Stuzzica perché scalza, mi costringe a tener conto di un’estrema semplicità. A me non sembra chiedere di cambiare me stesso ma di accettare anch’io che la mia vita è una cosa seria. Mi ricorda che non posso giocarmela con poco, che sono chiamato a prendere decisioni costose, e se me lo dice un mercante come Francesco... sono costretto a dargli credito. Ci ha guadagnato la sua stessa vita. L’abbiamo visto insieme e lo vediamo attuale. 

Straordinario. Parliamo di un uomo eterno.

una vita vera
un santo d'epoca (non sua)

Credo che il Signore Gesù Cristo abbia un tantino precorso i tempi, scegliendo un santo frainteso nella sua epoca, assorbito dall’agiografia, ed addomesticato per quel che fu possibile. Gli ha permesso di sopravvivere ai giorni nostri; mi sto convincendo che quel gran santo di Francesco sia stato scelto da Gesù per questo tempo. Francesco è uno sgambetto alla nostra vita frettolosa al semaforo, è un inciampo alle nostre scelte affrettate, ti chiede di considerare seriamente chi stai servendo, in definitiva per chi fai le cose, per chi e che cosa vuoi sentirti utile a tutti i costi, per quale motivo non puoi riconsiderare la tua vita. Ascolta, sarà esigente, ma è assolutamente affascinante. Il bello è che ti prende per mano e ti accompagna poi a maturare, non ti molla. Questo libro ti dà solo una mano a prenderlo per mano.
Non serve a farti diventare una copia, ma a mostrarti un uomo.


Si fa con le parole perché un padre ha sempre l’illusione che un figlio decida di sedere, di ascoltare, e di andare al di là delle parole, perché l’amore non si dice, bisogna intuirlo nelle cose che vengono raccontate. L’amore è accennato e non detto. Sbircia tra le parole, perché la voce dorme sul fondo dell’anima.

Rispetto alla prima edizione, qui ho elaborato meglio alcuni accenni ed impliciti che avevo lasciato espressi ma senza darci molto peso. La sua attualità è attraente, perché non si raggomitola in un monastero, ma egli è il monastero nella città, un mercante nel mercato. Sembra un prototipo, che ha in sé, in scala, il mondo che noi conosciamo oggi. Secoli di monachesimo hanno partorito quest’uomo, che è un’essenza distillata, un cuore racchiuso però in un mercante, è un ibrido, portatore sano di una coscienza forgiata dal monachesimo nel bel mezzo del mercato, un seme antico piantato in città, che cresce dal cemento e che nel mercato non si è venduto: è interessante; che abbia poi comprato se stesso da Cristo è affascinante.
La grande città assorbe, ma non è apparentemente vorace, è così veloce coi suoi ritmi perché vuole nascondere la sua fame profonda nella lentezza con cui fa le cose. Il suo movimento è pazzesco e fa muovere tutto, per tenere ognuno al suo posto, possibilmente tutta la vita. La città è il luogo in cui ognuno è immobile. Non è forte, è tenace, è ripetitiva. Quando ci sei dentro, quando abiti in uno dei suoi appartamenti, i tuoi ritmi diventano così veloci da chiederti un continuo movimento, il più veloce possibile, ma la sua forza non è nello stress che crea, la sua forza è nella tenacia di farti scegliere ogni giorno la stessa cosa, ma con un qualcosa in più. In questo
modo tu diventi un planning ma non con l’agenda alla mano, con la lentezza dei giorni. 

 


Tu sei il tuo planning, te ne accorgi quando non riesci più a fermarti, a fare un passo indietro, a chiudere l’agenda e a decidere in base all’amore; te ne accorgi quando la voce di una singola persona, che non è importante ai tuoi occhi, non ha più nessun diritto di poter essere ascoltata. Te ne accorgi quando disponi di tutte le cose ma non riesci più ad avere la forza
di lasciare le cose per decidere di te stesso. Se mai hai provato questa opportunità, capisci cosa intendo. La coscienza soffoca sotto coperta.
Mai come oggi vale Gesù Cristo, che davvero supplica: a cosa gioverà all’uomo se guadagnerà tutta la società ma poi perderà se stesso?. La posta in gioco è infatti tutta qui, tu perdi te stesso. La scommessa sta nel non doverti consultare con la città per decidere cosa ne sarà della tua vita.
Il santo è una sintesi equilibrata. Tanto riesce a realizzare con le sue scelte, fino all’eccesso, senza misura, quanto equilibrio riesce a portare dentro. Il santo è la promessa sicura di poter riuscire a essere nella città ma non della città. La sintesi è ammirevole. Il santo non si nutre del disprezzo per la città, anche se fonte di pericolo per sé, ed al tempo stesso non ne nutre neanche l’elogio, anche se fonte di prospettive per sé.
Non gli interessa proprio, perché impara quell’arte sovrana di decidere di sé consultandosi con Dio. L’arte è sovrana perché rende sovrani, persone che decidono di sé e non solo di cosa fare. In fin dei conti chi è il santo? Francesco è un uomo che poteva decidere di sé senza Dio e contro Dio, ma in definitiva ha scelto chi diventare con Dio e per Dio.

 

nel bel mezzo della città

Ascolta, è davvero interessante: ti sto parlando dell’umiltà.


Ritengo che sia davvero distante dall’insofferente aspro che si dimena contro la città, un santo non ha un cuore anarchico, un santo non ha una second life da baionetta puntata; altrettanto distante è davvero da chi è completamente appiccicato all’amore per la propria città. Il santo fa in città quella semplice cosa che farebbe un semplice essere umano e che non fa
nessuno: semplicemente ci vive. E basta. La sua vita è gestita da Dio, ed è per questo che è gestita anche da se stesso. Il chiodo della sua bilancia, il suo equilibrio, il suo piatto del giudizio non è nessun altro.

Non vuole perdere se stesso.
 

Il santo compie davvero quell’unica grande ribellione possibile, soprattutto direi doverosa: diventare umile. Silenziosa, per offrire la vita all’unico che ha il diritto di riceverla. 
La sua vita ci racconta quanto sia importante fermarsi in qualche modo e accorgerci della voce del Figlio di Dio, che chiama (e ci si ferma solo quando ci si accorge di Lui), ed in qualche modo accettare, fosse anche con il grido più incompreso dell’anima che deve rifiutare di lasciare le sue cose, gli amici, col cuore che batte, con l’ansia nel petto. Vale scalpitare, per accettare di donarsi a Dio, di fare la sua volontà e di farla per amore. La vita serve per accettare dalle mani di Dio la mia vita, che io diventi qualcuno sì, ma che mi faccia colui che mi ha fatto, in modo che non sia il prodotto di questa grande fabbrica che è la città ma il figlio di Colui che crea il vero mondo. 
Non voglio essere un bicchiere, in cui si specchia solo la sete secca dell’uomo, ma un uomo creato dall’amore e gli uomini li crea solo il vero Dio che ci ha amati e ha dato se stesso per noi. Nel momento in cui Francesco accetta la sua vocazione scalpita sì, ma cosa fa in realtà? Scopre che accettare la sua stessa vita da Dio non è altro che ciò che sta accadendo a lui fin dalla sua nascita: riceve la sua stessa vita da Dio e nasce da due genitori, con due fratelli, in una casa, in una terra, ma egli non è stato impastato dalla terra della casa né dalle mani dei suoi. Accetti di nascere quando accetti che Dio ci sia, e questo accade solo quando gli permetti di poter dire qualcosa a te, che riguardi te. In caso contrario Dio c’è, ma è sempre fuori, lontano da te. Accettare presuppone che rifiutare sarebbe un togliersi la vita.


In fondo, tutta la vita non serve a diventare bravi, ma ad accettare che Dio mi faccia il più bel regalo che possa immaginare, e questo regalo è me stesso. Vedrai allora cosa significa te stesso, ciò che chiami così in precedenza, in realtà, è sogno.
Il santo che non ha venduto l’anima diventa l’anima nella città.


Tu, Signore, riporti alla realtà e la realtà è che Tu mi hai fatto nascere e io sono tuo, da sempre sono tuo per un amore che non si può dire. La mia vita è nelle tue mani e io la metto nelle tue mani, esattamente dove deve stare. Un giorno, bisognerà che io abbia deciso di vivere questa vita con questo profondo senso di realtà e non seguendo i miei sogni. Tutto passa, ciò che resta sei Tu. So che chiamiamo amore altre cose, passioni e voglie, e non il Tuo, che credo sia l’unico che non vogliamo chiamare amore. Un santo tace, eppure il suo corpo lo grida. Francesco copre le ferite di questo amore, perché non sia detto e rimanga nel corpo che tace. Credo che un padre sia padre per i suoi figli solo per indicare questo Amore che non si dice, sperando che lo intuiscano, se ne accorgano ed alla fine accettino di essere scelti. Solo in quel momento un padre ha visto la salvezza per suo figlio. 
Parlare di un santo è osare: cosa possiamo dire di questo Amore non detto.


Grotta di san Michele arcangelo, Orsara di Puglia
02 febbraio 2017

il mercante che rubò al mercato

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